Yaa Núa – La donna stella

Ciao a tutti, sono Mayu.

Riporto qui un mito che Tsunki ha raccontato al cerchio de La sfida dell’amore. È un mito molto bello, che parla di amore e di coraggio.

Sciamani di solito non si mettono a dare spiegazioni teoriche. Tanto meno sull’amore. Ammesso comunque di riuscirci, levi il bello delle cose. Come se prendi una farfalla, la osservi al microscopio, la sezioni per vedere com’è fatta, come fa a volare, come sono fatte le ali… Sì, che bello, adesso non vola più, però! È una cosa morta, piuttosto schifosa. Quindi non è mai una buona idea.

Però sciamani raccontano storie. Io intanto ve ne racconto una. Qualcuno di voi la conosce già.

In questa storia ci sono due giovani Shuar, i quali tengono el deseo de casarse, hanno il desiderio di sposarsi, di encontrar una esposa. Però non trovano nessuna, e allora decidono di andare a pregare gli antenati al fiume perché un Arútam porti loro una buona ragazza. Il rito di andare al fiume o alla cascata è il rito di Arútam, in lingua Shuar.

Arútam è una grande forza divina, dell’universo, e durante questo rito – che noi organizziamo quasi tutti gli anni ed è molto impegnativo – arriva una forza potente della natura in visione (ma ci sono anche fenomeni della natura normalmente, succedono sempre fulmini quando arriva un Arútam, qualche volta il mattino dopo si vede un arcobaleno). L’Arútam si cerca quando si è deboli, o si ha sfortuna, o si cerca una direzione nella propria vita, che cosa fare. Oppure si ha un obiettivo nella propria vita e si cerca la forza per perseguirlo. Si può cercare un Arútam anche per amore.

E questi due ragazzi erano andati al río, al fiume, perché un Arútam portasse loro una buena mujer, una buona moglie. E mentre stavano al fiume dicevano: “Guarda quante stelle nel cielo!” Se ne vedevano soprattutto due, una era più grande, e una più piccola. E quella più piccola pulsava, e sembrava più carina di quella più grande, che pure sembrava molto bella.
E dicevano tra loro: “Guarda quelle stelle. Chissà, magari sono delle belle ragazze che vivono là.”
E l’altro fratello disse: “Sì, i nostri vecchi dicono che la luce delle stelle è la luce della torcia, che le ragazze accendono per vedere giù sulla terra. E quando la torcia si spegne, le stelle scompaiono.”
E poi dopo, mentre loro parlavano di queste cose, videro le due stelline che stavano guardando, scendere giù in picchiata sulla terra. Ed una delle due, la più grande, arrivò vicinissima ad uno dei due giovani. E questo giovane pronto la atrapò, la catturò e la avvolse dentro la veste – gli Shuar portavano una veste lunga, tipo una gonna.
L’altra stella pure cadde vicino al fratello, ma lui si spaventa, gli fa paura, ed esita ad afferrarla. E allora, siccome Arútam disprezza chi ha paura, subito la stella ritorna su.
Allora il fratello immediatamente si rende conto e si pente di aver esitato. Chiama la stella perché ritorni giù. Che questa volta non avrà paura e l’afferra. Ma Arútam disprezza chi ha avuto paura, e non gli dà una seconda possibilità. E la stella non torna giù.

La prima stella, infatti, si tramuta in una bellissima ragazza che dice al giovane che l’ha presa: “Mia sorella non tornerà, lei disprezza un hombre que tiene miedo, un uomo che ha paura. Ed è un peccato, perché mi hermana es mucho mas hermosa que yo, è molto più bella di me”. Dice di chiamarsi “Yaa Núa”, che in lingua Shuar significa “donna stella” e si sposa con il giovane.

Però questa sposa non andava molto a genio alla suegra, alla suocera… In tutte le tradizioni c’è questo! [ride a lungo] Alla suocera non le andava a genio perché era strana. Era diversa dalle donne di lì, del loro popolo. Aveva la pelle più chiara, come un bianco, mentre Shuar sono morenos, scuri di pelle. Quindi la suocera diceva: “sembri una donna bianca”, ma le donne bianche sono deboli. I bianchi sono un popolo cattivo, paréce una gringa, sembra una nordamericana.
Il giovane invece era molto felice con Yaa Núa. Si amavano molto, e poi lei faceva delle cose meravigliose. Per esempio la chicha che lei preparava era diversa da quella di qualsiasi altra donna.

La chicha è la birra di yuca, di manioca, bevanda nazionale degli Shuar e popoli limitrofi, che le donne preparano tagliando con il machete la yuca e poi masticandola. La masticano a lungo e poi la sputano dentro la olla de la chicha, una pentola per preparare la chicha, perché gli enzimi della saliva innescano la fermentazione. È un metodo molto antico di fare bevande fermentate, veniva usato da tutti i popoli. Si lascia fermentare e diventa leggermente alcolica, come una birra. Poi si mette questa polpa alcolica dentro una ciotola con dentro dell’acqua, si strizza, si toglie la polpa e il liquido si beve. Quella è la chicha.
Nella tradizione Shuar la chicha viene preparata appunto dalle donne e solo le donne la servono. Gli uomini non si possono mai servire da soli. Loro dicono che è diversa a seconda della donna che la fa, prende il sapore della donna che l’ha preparata.

Yaa Núa prendeva la olla de la chicha e ci vomitava dentro. Ma quello che lei vomitava era una specie di nettare pieno di luce che poi fermentava, si trasformava in una bevanda favolosa che aveva tutti i sapori. Qualunque sapore desiderasse il marito quando la beveva, sentiva quel sapore lì. E la bevanda aveva tutti i nutrimenti. E poi lei preparava dei tamanes, una specie di focacce. Anche qui, vomitando dentro la pentola dove avrebbe dovuto essere messa la farina di yuca, faceva dei tamanes favolosi, che erano più nutrienti della carne. E il marito mangiava solo queste cose che lei gli preparava. E mangiando queste cose non aveva mai né fame né sete. E questo cibo era talmente puro e potente che lui non aveva mai bisogno di andare al bagno, né per defecare, né per urinare.

Inoltre lei, Yaa Nua, accompagnava sempre il marito nella caccia.

Quando andavano a caccia, Shuar stavano via dei giorni, e se avevano una moglie giovane lei spesso voleva andare a caccia col marito. Il motivo è che così potevano stare da soli e fare l’amore in intimità. Perché nel mondo nativo, come in tutti quelli antichi, non esiste intimità. In una stessa capanna ci sono più persone, tutti i bambini, a volte la suocera. A volte ci abitano due coppie, dipende dall’importanza del guerriero. Naturalmente fanno sesso ugualmente, cercando di aspettare che altri dormano. Agli uomini non importa molto, ma alle donne non fa tanto piacere… Allora le donne giovani, che sono ancora molto innamorate dello sposo – poi passa [ ride ], dopo sono contente che va a caccia così trovano qualcun altro [ ridono tutti ] – vogliono andare a caccia con lui così perché dormono soli nella selva. Fanno un letto di foglie di palma e possono fare l’amore in privato.

E lei accompagnava sempre il marito nella caccia, ed era talmente poderosa che lo accompagnava festosamente anche pochi giorni dopo aver partorito. Normalmente dopo il parto le donne non lo accompagnano più nella caccia perché devono stare a riposo.

Infatti avevano avuto vari bambini. Quando i bambini erano molto piccoli Yaa Nua aveva messo sotto il giaciglio dove dormiva col marito tante foglie grandi, e tra le foglie metteva i bambini piccoli, perché i bambini erano delle piccole stelle, e non resistevano alla luce del giorno, finché non si fossero abituati. Quando erano cresciuti di più – in quanto erano in parte stelle, in parte umani – allora potevano stare alla luce del giorno. Soltanto di notte li tirava fuori per allattarli. Il marito non era molto contento di questo, e la suocera non lo era per niente. Le diceva: “Questa femmina fa mangiare e bere vomito a mio figlio e lo fa dormire sulla spazzatura (le foglie).” Altro punto di vista… [ ride ]
E allora un giorno che Yaa Nua era andata con suo marito a caccia, la suocera, che non ne poteva più, prende tutto il vomito che stava a fermentare nelle ollas e lo butta via. Poi prende tutte le foglie che stavano sotto il giaciglio e le butta nella basura, nella spazzatura. Mentre la suocera fa questo, Yaa Nua a caccia sente qualcosa e dice “è successo qualcosa di brutto ai miei bambini!” perché gli ultimi tre figli (che stavano nelle foglie) erano ancora piccoli – ne partoriva tre al colpo. Tornano subito indietro, chiedono alla suocera cos’ha fatto, lei dice che ha buttato tutto nella spazzatura.
Vanno all’immondezzaio e lei trova i tre bambini che stanno piangendo disperati perché è giorno, e sono esposti alla luce. E allora la mamma cerca di calmarli, li mette al seno. Ma non c’è niente da fare, loro continuano a piangere disperati, torcendo la bocca e si trasformano in tre conchiglie – che si chiamano Uut in lingua Shuar, la cui parte interna ha la forma delle labbra storte di un bambino che frigna. E ancora oggi le donne Shuar, quando i bambini piangono molto, dicono “non piangere, che ti vengono le labbra del caracól, della conchiglia”, e mostrano la conchiglia.

La madre, Yaa Nua, è ovviamente disperata. Dice: “Io non posso più rimanere qui. Tua madre ha ucciso i miei bambini! Quindi io torno a casa mia, torno da mia madre.” E allora vuole tornare su, nel cielo, con su esposo, suo marito. Gli dice: “Io posso portarti su. Tu nasconditi dentro la mia cabellera, nella mia chioma, tieniti aggrappato ai miei capelli e io ti porto su.” Ma il marito tiene miedo, ha paura. Non se la sente di fare questo viaggio. E allora Yaa Núa parte da sola. Però lascia giù i sei figli superstiti con il marito. Questi la vede ogni notte in cielo e parla con lei.

Gli anni passano, i figli diventano grandi, esplorano sempre la selva, discendono sempre più lontano nel fiume. In realtà, forse senza saperlo, stanno cercando la loro madre. Ma un giorno non tornano, e allora il padre decide di seguirli. E li segue lungo il fiume che loro discendono.
Tutte le sere i figli si fermano e preparano da mangiare. Si sono accorti che il padre li segue. E allora preparano da mangiare per lui, così non deve perdere tempo a cucinare e può continuare a seguirli e non perderli. Il padre trova questo cibo e lo mangia, quando arriva, poco dopo che sono ripartiti.
E continuano a discendere il fiume. Continuano, continuano, continuano… Finché arrivano al confine della terra, dove la terra finisce. E lì prendono dei fiori di pinto – una pianta che fa dei fiori lunghi e rossi, a calice, con una punta – e li conficcano con la punta nella volta del cielo, e li usano come gradini per salire su. Perché sono dove il cielo si unisce alla terra.
Il padre arriva poco dopo, ma arriva in ritardo. I fiori, che restano su pochissimo, sono già caduti e lui non riesce a salire. I sei figli si riuniscono alla madre nel cielo. Da quella notte il padre li vede su nel cielo insieme alla mamma. Sono sette. Sono la costellazione che è stata chiamata Pleiadi.

Questo i vecchi hanno raccontato a me, e io ho raccontato a voi.

Núkete! Esto solo es.

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