Kujáncham, il figlio dello Sciamano

Il vecchio sciamano aveva un giovane figlio, di nome Kujáncham, che desiderava prendere un giorno il posto del padre e che veniva istruito
già da qualche tempo per questo ruolo.
Era infatti l’unico dei figli dello sciamano cui gli Dèi avessero donato talento per sciamanizzare nonché la voglia di farlo.
Lo sciamano aveva anche 3 apprendisti, nella tribù di cui era capo, che pure speravano nella successione, egli li istruiva con cura e dedizione, uno Spirito però gli diceva: “Nessuno di loro sarà mai sciamano”.
Era contento di Kujáncham, ma vedeva che perdeva ancora tempo a farsi bello davanti alla gente e con giochi di prestigio.
Spesso quando faceva queste cose, il padre lo ridicolizzava e il ragazzo sentiva mordere il fegato che gli diceva nell’orecchio: “Forse mio padre è geloso di me? Forse teme che abbia presto più potere di lui?”

Il tempo passava, ma il giovane non smetteva di fare giochi e piccoli imbrogli, per vantarsi con le ragazze, ma anche per superare con l’inganno le prove sciamaniche che il padre gli dava. E il padre diceva al suo cuore: “Crescerà mai? Cosa devo fare con lui?”.

Un giorno Kujáncham sposò una giovane donna di una tribù vicina. Quando la portò al villaggio, il padre vide che era bella e sentì un gran desiderio nei lombi. Delle sue mogli, infatti, quattro erano ormai morte, compresa la madre di Kujáncham. Gli restava soltanto Sudin, che era ancora giovane e bella ma sterile. Misur, la sposa del figlio, era molto più giovane e per di più feconda, come lo sciamano vide guardandole il ventre e vedendoci attraverso come fosse vetro.
Una settimana dopo, mentre il figlio era a caccia, lo sciamano chiamò la giovane Misur, la fece stendere sul suo giaciglio e la possedette.
Quando Kujáncham tornò c’era una festa nella capanna grande, tutti bevevano chicha e vide che il padre aveva fatto di Misur la sua sposa. Sentì allora un demone mangiargli l’anima. Quella sera, quando la luna fu tramontata, il padre godette più volte della ragazza davanti al figlio e ai commensali che ridevano ubbriachi. Il ragazzo non poteva far nulla e odiò suo padre.
Uno Spirito Guardiano disse al suo cuore: “Questa è la tua prova, figliolo.” Ma il ragazzo non capì cosa volesse dire.

Il ragazzo tentò ancora di superare gli esercizi sciamanici cui il padre lo sottoponeva, ma senza successo.
Il padre gli chiese: “Vuoi dirmi qualcosa?”
“No, padre” rispose. Ma nel suo fegato si rodeva e infine si disse: “Mio padre non mi farà mai diventare sciamano, non vuole dividere con nessuno il suo prestigio”.
Un giorno Kujáncham potè restare solo con la sua ex sposa e le disse: “Fai un fagotto delle tue cose e fuggiamo”.
Egli poi prese l’involto di medicina del padre dicendo tra sé: “Qui ci sono i suoi oggetti di potere, certamente mi serviranno. Forse senza di essi non avrà più forze e non potrà mandare i suoi Tunchi ad assassinare me e Misur”. Egli non sapeva però dove il padre occultasse il suo Potere, se fosse in uno di quegli oggetti e quale. Il suo fegato gli diceva: “Se troverò dove nasconde il suo Potere, diventerò uno sciamano più forte di lui”.
Poi insieme alla ragazza fuggì.

Quando Sudin, la moglie sterile dello sciamano, rientrò portando l’acqua per cucinare vide il marito afflitto che sedeva sul giaciglio.
“Cos’è accaduto?” domandò
“Kujáncham è fuggito con la ragazza e il mio involto di medicina”.
“Mandagli dietro i tuo Tunchi perché lo uccidano e ti riportino quel che ti appartiene”.
“Non posso farlo – rispose il vecchio sciamano – il mio Potere è con lui”.
La moglie allora gli si avvicinò e gli disse: “Marito mio, di’ a tutti che vuoi goderti in pace gli ultimi anni, dài ad altri autorità sul villaggio e ritirati sulla cordigliera, prima che qualcuno scopra che non hai più il tuo Potere e ne approfitti per ucciderti o, peggio, renderti ridicolo, magari in cambio di antichi rancori.”
Lo sciamano così fece.
Chiamò nella sua capanna i tre apprendisti e diede a ciascuno di loro potere su uno dei tre villaggi che componevano la loro tribù. Come anche oggi nelle comunità Shuar, infatti, i saggi sciamani non volevano villaggi troppo grandi che avrebbero disturbato gli Spiriti della Selva e ogni tribù era suddivisa in più villaggi lontani qualche ora di cammino l’uno dall’altro.
I tre apprendisti dissero: “Facci prima sciamani o non avremo abbastanza potere per governare e la gente non ci seguirà”.
Ma lo sciamano pensava: “Non mi fido a farli sciamani”. Disse allora: “Garantirò per voi di fronte a tutto il popolo e vi ascolteranno. Solo io resterò sciamano per adesso e mi ritirerò sulla cordigliera. Chi ha bisogno di farsi curare, può venire fino alla mia casa e sciamanizzerò per lui”.

Intanto Kujáncham era ormai fuggito di là dal Grande Fiume quando apprese che sua moglie era incinta.
Egli la condusse allora da una levatrice che viveva da sola nella Selva e le chiese di dare alla ragazza erbe amare. La levatrice le fece bere un decotto di erbe amare e la ragazza abortì.
Kujáncham infatti non voleva che nascesse un figlio di suo padre, o questo – una volta cresciuto – l’avrebbe odiato e ucciso.
Disse in cuor suo: “Un uomo non può vivere senza una tribù, io sono destinato a essere sciamano e devo avere una tribù di cui essere capo.” Raccolse allora alcuni sbandati, scacciati dalle loro comunità, che vagavano nella selva, promise loro ricchezze e formò una piccola banda.
Guidò la banda in alcune razzie contro i villaggi dei popoli al di là del fiume, che non erano feroci e combattivi come il suo popolo e quindi poté vincerli facilmente. Un giorno razziarono un piccolo insediamento che stava su una zona impervia, ma non lontana dal fiume. Kujáncham vide che il posto non era bello e ricco di selvaggina come il villaggio dov’era cresciuto, era più scomodo e con meno bestie all’intorno. Tuttavia non era troppo vicino a grosse comunità che potessero sentirsi sfidate e inoltre il fiume era ricco di pesci e di vacche marine. Allora sterminò i pochi abitanti e si insediò lì con sua moglie e la piccola banda.
Avrebbe voluto tenere la figlia più piccola del capo, appena matura per il sesso, come seconda moglie, ma Misur era gelosa e non voleva altre donne in casa. Insistette con forza e Kujáncham non ebbe il cuore di contrariarla. Diede allora la ragazzina ai suoi uomini perché la uccidessero.
Misur in seguito gli partorì dei figli e la famiglia fu felice e prospera, ma Kujáncham non diventò sciamano perché non scoprì mai dove il padre avesse nascosto il suo Potere.

Dai villaggi ora retti dai 3 apprendisti, molti infermi e uomini e donne bisognosi di consiglio o di una visione viaggiavano fin sulla cordigliera in cerca del vecchio sciamano. Egli sciamanizzava per loro che lo compensavano con cibi e bevande.
Ai 3 apprendisti questo non piaceva perché dicevano tra loro: “La gente non ha fiducia nelle nostre cure. Quanto tempo dovrà passare prima comincino a discutere anche le nostre regole e i nostri ordini?”
Infatti dalle terre al di là del fiume arrivavano venti minacciosi: i viaggiatori e i commercianti riportavano che Kujáncham parlava male del vecchio sciamano e del suo popolo. Diceva: “mio padre ha sempre imposto pesanti tributi alla gente e lui così si arricchiva”.
Quando Kujáncham viveva ancora nel villaggio, il padre gli aveva detto: “Oggi devi imparare a cacciare e pescare bene, ma poi te ne dovrai dimenticare. Lo sciamano, se ha Potere, tutti accorrono da lui e deve sciamanizzare tutto il giorno, di notte invece deve fare lunghi viaggi in mondi lontani per aumentare le sue conoscenze. Altrimenti verrà uno sciamano più forte di te e annienterà il tuo popolo.
Oggi devi imparare a cacciare e pescare, ma un giorno dovrà essere il tuo popolo a cacciare e pescare per te.”
Ora invece Kujáncham diceva: “Ha sempre imposto pesanti tributi alla gente e lui così si arricchiva”. Aveva infatti dimenticato gli insegnamenti e le parole del padre.
Molte altre cose velenose andava dicendo Kujáncham contro il genitore perché gli aveva rubato la sposa e non gli aveva passato il Potere di sciamano.
Le maldicenze si andavano diffondendo nella tribù e questo non piaceva ai tre apprendisti. Dicevano infatti tra loro: “Anche noi continuiamo a imporre gli stessi tributi. Quelli che criticano il vecchio sciamano presto contesteranno noi”.
Poi pensarono nei loro cuori: “Se lo sciamano muore, nessuno potrà più andare sulla cordigliera a farsi curare da lui e noi diventeremo i più grandi agli occhi della gente. E forse Kujáncham non avrà più ragione di spargere veleni”.
Uno di loro, di nome Uli, prese la parola: “Io non voglio uccidere lo sciamano, egli è stato un grande capo e mi ha insegnato tutto quello che so.”
Gli altri annuirono con vigore.
“Ma da quando si è ritirato – continuò Uli – è diventato ingombrante perché non si è ritirato del tutto, tutti sanno dov’è e inoltre è ancora pieno di nemici che non dimenticano. Ha governato la nostra gente per tanti anni, è ora che ceda il passo a noi. Finché non muore, non ci sarà mai altro capo che lui.”
Tutti però concordarono di non voler uccidere il vecchio sciamano, dovevano trovare un altro modo…

Il giorno dopo Uli, salì sulla cordigliera e aspettò non lontano dalla casa dello sciamano, finché vide la moglie Sudin che usciva per andare in cerca di frutta nella Selva. Egli allora la aggredì, la trascinò lontano dal sentiero, dove la violentò. Uli infatti aveva sempre desiderato Sudin e i suoi lombi vollero goderne prima di ucciderla.
Ma possederla gli piacque così tanto, perché lei aveva finto il piacere, che non ebbe voglia di ammazzarla. “Cosa posso farne? – ragionò nelle sue viscere – Certo non posso condurla a casa, una delle mie mogli la vedrebbe e ne parlerebbe alle altre donne”. La rinchiuse quindi in un piccolo capanno nella selva dove teneva armi per la caccia. La lasciò legata con una ciotola di cibo accanto.
Diceva nel suo cuore: “Che sia viva o morta non fa differenza. Lo sciamano è ormai molto vecchio, quando non avrà più il suo sostegno morirà in breve tempo”. Nessuno aveva infatti il fegato di ucciderlo perché temevano i suoi Poteri di sciamano e che la sua muisak, l’anima di vendetta, li avrebbe perseguitati e uccisi dovunque si fossero nascosti.
Ma quando Uli il giorno dopo tornò al capanno per godere di Sudin, ella lo persuase a slegarla per far meglio l’amore con lui. Fu così che durante il sesso Sudin poté afferrare una delle tante armi, un corto machete, e trafiggere Uli uccidendolo.
Fuggì poi di corsa e raggiunse la propria casa, dicendo allo sciamano: “Presto, marito mio, scappa! I tre apprendisti tramano di ucciderti!”
Il vecchio sciamano la accarezzò: “Sono troppo vecchio e debole, da quando ho perduto il mio Potere, per fuggire. Tu invece devi fuggire: prendi il mio involto di medicina ché non cada nelle loro mani e vai verso le terre a Nord. Sei ancora giovane e bella, troverai certo un buon marito. Gli darai i miei oggetti di Potere e gli insegnerai quello che conosciamo perché non vada perduto.”
Sudin non voleva lasciare il marito, ma egli insistette e alla fine si convinse.
La giovane moglie dello sciamano ebbe grandi avventure nelle Terre del Nord e forse un giorno le racconteremo.

I 2 apprendisti superstiti, scoperto il cadavere di Uli, decisero che ormai non potevano fare diversamente: mandarono i loro sgherri a uccidere il vecchio sciamano.
Ma non lo trovarono. Egli infatti aveva accompagnato la moglie per un piccolo pezzo di strada e, mentre tornava indietro, era scivolato in un burrone schiantandosi sul fondo.
Il suo Spirito allora si mutò in un Giaguaro. Sempre infatti uno sciamano quando muore va a raggiungere il suo Arutam e l’Arutam del vecchio era appunto il Giaguaro.
Saputo che il vecchio era scomparso i due apprendisti si auto-nominarono sciamani e cominciarono a fare guarigioni e sciamanizzare.

Intanto il Giaguaro vagava per la cordigliera e alla base di essa predando grossi erbivori, tartarughe, formichieri, donne che andavano a raccogliere frutta nella selva e bambini lasciati senza custodia.
La gente dei 3 villaggi si lamentava del pericolo del Giaguaro, che stava mietendo molte vittime.
Gli apprendisti dissero tra loro: “Dobbiamo fare qualcosa”. Mandarono quindi dei guerrieri per cacciare e uccidere il Giaguaro.
Ma non lo trovarono. La belva infatti, ogni volta che il Vento portava l’odore dei guerrieri e il rumore delle loro armi, si allontanava e andava a cacciare a grande distanza. E più ne seguivano a fatica le tracce più si allontanava, anche di centinaia di miglia, facendo un grande cerchio che alla fine lo riportava ai luoghi di partenza. È per questo che, fin da allora, i giaguari hanno enormi territori che raggiungono anche le 500 miglia.
Molte volte i guerrieri fecero lunghe battute di caccia, ma non poterono mai catturarlo.
Un giorno il Giaguaro si spinse così lontano che raggiunse il fiume vicino al quale viveva il figlio dello sciamano. Proprio allora Misur, la moglie di Kujáncham stava scendendo al fiume ad attingere l’acqua.
Il Giaguaro la guardò e le sue viscere gli dissero: “Com’è giovane e fresca! La sua carne sarà tenera e nutriente e le sue ossa piene di succoso midollo” Non ricordava infatti che era la sposa del figlio ed era stata la sua.
Con un balzo l’aggredì e le spaccò il cranio. Subito godette del prelibato cervello, poi la sbranò e cominciò a mangiarne le viscere. Così riconquistò il suo Potere di sciamano perché era proprio dentro Misur che l’aveva nascosto! L’aveva messo in un punto dentro le viscere e poteva attingerne ogni volta che faceva l’amore con lei prendendola in un modo particolare che lui solo conosceva.1
Immediatamente il Giaguaro sentì il Potere scorrere dentro di sé. Lo divorò tutto avidamente e poi corse indietro verso i suoi villaggi.
Arrivò di notte in quello dove abitavano abitualmente i due sovrani, i suoi ex apprendisti. Li aggredì nel sonno e li uccise. Sbranò anche le loro mogli e i loro bambini perché non dessero l’allarme prima del tempo.
Allora fischiò un suo ànent e Spiriti della Selva cominciarono ad arrivare verso il villaggio addormentato, arrivarono da ogni direzione come le lucciole al tramonto e luccicanti come loro, perché il potere brillava nei loro occhi. Avevano tutti i visi dipinti di nero e impugnavano cerbottane coi dardi avvelenati, lance e machetes.
Gli abitanti furono aggrediti nel sonno e sterminati.
Lo sciamano camminò alla testa degli Spiriti verso il secondo villaggio, il terzo invece non esisteva più perché un tempo di declino, di caduti in battaglia e di mortalità infantile era iniziato dopo la morte dello sciamano.
Giunsero nel secondo villaggio dopo il primo canto del gallo, ma gli abitanti erano vigili e armati perché un paio di superstiti del primo villaggio erano sfuggiti al massacro e avevano dato l’allarme. Gli Spiriti agli ordini dello sciamano avevano però armi potenti e non potevano venire uccisi sicché in poco tempo ebbero la meglio.
Stavano per massacrare tutti, ma lo sciamano li fermò.
Ordinò l’uccisione dei luogotenenti degli apprendisti e dei guerrieri che avevano dato la caccia a lui prima che si mutasse in giaguaro.
“Ho sterminato l’altro villaggio perché sappiate che posso farlo e che non ho le viscere molli,” disse a tutti. “Voi avrete salva la vita, ma ricorderete che per i traditori non ho pietà.”
Le mogli e i bambini dei guerrieri condannati a morte furono condotti alla costa per essere venduti come schiavi. Tenne con sé solo due ragazzine appena adolescenti, che prese come sue mogli.
“Perché non hai ucciso tutti?” gli chiese uno Spirito Guardiano.
“Come può vivere uno sciamano se non ha più un suo popolo?”
Lo sciamano visse nel villaggio qualche mese, godendo delle giovani mogli e dei pasti gustosi che gli cucinavano. Coloro che aveva risparmiato gli erano fedeli, ma un giorno in cui mancava la selvaggina le mogli gli riscaldarono una minestra con carne di gallo e manioca che era avanzata da qualche giorno prima. Egli la mangiò poi disse: “La pietanza riscaldata non dura a lungo”
Allora vide che non era contento dentro di sé. Decise quel giorno di cercare il figlio e di affrontarne la tribù, che sapeva essergli nemica.
Tre guerrieri lo accompagnarono nella spedizione. Arrivarono di sorpresa al piccolo villaggio e uccisero tutti, ma Kujáncham non era tra loro.
Lo sciamano interrogò uno dei superstiti, già ferito mortalmente. “Dov’è mio figlio?” gli chiese.
“Si è ritirato a vivere coi suoi figli sulla montagna. Dopo che la moglie morì, non aveva più il cuore per comandare la tribù”.
È per questo che gli sciamani antichi disapprovarono la monogamia, poiché un solo amore è spesso la perdizione per un essere umano.

Lo sciamano guardò la montagna che era alta e lontana. Allora si mutò in un Cervo e corse attraverso la pianura, si arrampicò sulle rocce e raggiunse il torrente di fronte alla casa del figlio.
Kujáncham era lì, al di là del torrente. Appena scorse il Cervo prese la sua lancia. “Che magnifico animale!” si disse, ammirando la sua possanza e l’enorme palco di corna che svettava sul capo altero. Poi sgranò gli occhi ed esclamò: “È mio padre!”
E scagliò la lancia con tutta la sua forza, perché ancora lo odiava.
Lo sciamano avrebbe potuto mutarsi in giaguaro e piombargli addosso con un balzo o mutarsi in una locusta e saltar via dalla traiettoria della lancia. Ma nel suo fegato e nel suo petto non sentiva più alcun desiderio.
La lancia lo infilzò spaccandogli il cuore.
E per questo da allora e fino ad oggi, gli spiriti dei genitori o dei nonni ci vengono a trovare sotto l’aspetto di Cervi.
Appena il Cervo stramazzò al suolo, il figlio guadò il torrente, incise il petto dell’animale e ne strappò il cuore ancora pulsante per divorarlo subito. Poi ne divorò il fegato. “Così – si disse – prenderò il suo coraggio e certo anche il suo Potere”.
Ma il Potere nello sciamano non si trovava né nel cuore né nel fegato.
Kujáncham non sentì alcun flusso scorrergli dentro e capì che il Potere doveva essere altrove. Arrostì i cosci, le interiora, i testicoli e gli occhi, ma inutilmente. Il padre teneva nascosto il Potere nella nuca. E la nuca, fibrosa e rivestita di pelle dura, Kujáncham non la mangiò.
La nuca insieme a parte della testa, dopo che furono mangiati il cervello e le guance, fu abbandonata lì accanto al fiume.
Poco dopo vennero le formiche e la divorarono.
Fu così che le formiche acquistarono un grande Potere e un’immensa forza. Non sapete infatti che da quel giorno ogni formica può sollevare fino a cento volte il suo peso e sanno lavorare ininterrottamente, giorno e notte? Non solo, impararono presto a coltivare i funghi su enormi cumuli di foglie putrefatte disposti sopra i loro formicai, impararono anche ad allevare afidi per mungerne un latte di cui sono ghiotte. Un giorno sarebbero state proprio loro a insegnare agli uomini la coltivazione e l’allevamento del bestiame.
Quanto invece a Kujáncham, morì pochi giorni dopo: il fegato del padre, avvelenato dall’amarezza, lo intossicò e lo uccise.
I figli lo seppellirono in piedi dentro un grande albero perché fosse ricordato. Dissero infatti: “Non fu mai un vero capo, ma fu un padre affettuoso”.
Fino a qualche secolo fa il luogo era ancora conosciuto e la gente portava all’albero pietrificato offerte per la propria famiglia, i figli e l’amore. Ma in seguito se ne persero le tracce e più nessuno ormai ricorda dove si trovi.

Questa storia accadde al principio del tempo e, come ogni storia del principio del tempo, si è ripetuta molte volte fino ad oggi.
Come i vecchi hanno raccontato a me, così io racconto a voi.
¡Nukete!
(Esto solo es)

© 2011 Francesco Tsunki de Giorgio. Tutti i diritti riservati. All rights reserved.
È vietato riprodurre o distribuire anche in parte e con qualunque mezzo questa storia senza il permesso scritto dell’autore. I trasgressori saranno perseguiti in sede civile e penale.

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1 Il modo di penetrarla, che non viene nominato, era attraverso l’ano. Kujáncham non lo scoprì mai perché alla moglie non piaceva essere presa così ed egli, che l’amava e rispettava molto, non voleva dispiacerle.

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